Una guerra senza perché

All’alba del 7 ottobre 2001, con le prime missioni di bombardamento delle forze aeree statunitensi contro il regime dei Talebani ebbe inizio l’ennesima guerra in Afghanistan. Poco più di un mese dopo, la guerra convenzionale sembrò essere terminata, l’Emirato Islamico dell’Afghanistan non esisteva più, la capitale era nelle mani delle milizie della Shura-I-Nazar – impropriamente definita l’Alleanza del Nord dalla stampa occidentale – e la presidenza di George W. Bush sembrava aver avuto la sua indolore vendetta per l’attentato alle torri gemelle. La formula scelta per questo attacco fu quella della cosiddetta light footprint, impronta leggera, un attacco basato sull’uso dell’aviazione che interviene su tutto ciò che può essere colpito dall’alto utilizzando un numero minimo di uomini sul terreno “no boots on grown”. Le operazioni a terra furono affidate a milizie reclutate sul posto con la formula della proxy war, la guerra per procura. Nell’immediato tutto sembrò andare per il meglio.

Oggi, dopo 20 anni, 2.312 vittime e 19.650 feriti USA e 53 caduti tra le forze armate italiane, l’ineffabile presidente Biden, venendo meno agli impegni presi a Doha con i Talebani e altri interlocutori in quella che è stata a tutti gli effetti la trattativa di una resa che prevedeva il ritiro entro il 1° maggio 2021, dichiara che l’11 settembre prossimo i 10 mila soldati della coalizione compresi 895 militari italiani lasceranno l’Afghanistan, “Entriamo insieme usciamo insieme” come ripetono i capi della NATO. Nel dare l’annuncio ciò che sconcerta, tra le tante altre cose, è la motivazione: “Il nostro obiettivo è stato raggiunto con l’uccisione di Osama Bin Laden un decennio fa, da allora le ragioni per rimanere sono diventate sempre meno chiare”. Da questa affermazione si evincono due cose. La prima è che questa guerra è stata solamente una rappresaglia per l’attentato di New York, scordatevi tutte le roboanti dichiarazioni sull’esportazione della democrazia, la liberazione delle donne dal burka e via sproloquiando.

La seconda è che, raggiunto l’obiettivo dell’uccisione del reo, si è rimasti in Afghanistan senza sapere con esattezza il perché. E non è un punto di poco conto perché anche la volontà di colpire Osama sembrò, al tempo, pretestuosa. Un’azione di intelligence o un attacco mirato magari con i droni sarebbe stato più che sufficiente a raggiungere lo scopo – chiedere al Mossad o alla stessa CIA o ripassare il dossier Qasem Soleimani nel caso. Ad altro doveva servire, infatti, l’attacco ai Talebani – gli studenti delle scuole coraniche apparsi magicamente nel 1994 – che fecero precipitare il Paese indietro nel tempo, isolato come non mai, dedito solo a preghiera e violenza, ma se ne sono perse le tracce evidentemente. Kabul dopo l’intervento militare in effetti cambiò volto. La città si riempì di stranieri, arrivarono aiuti economici, rientrarono gli esuli dall’IRAN e del Pakistan. Prudenti cambiamenti si notarono anche nelle condizioni di vita delle donne. Il volto di questo “miracolo” era quello del presidente Hamid Karzai che però i bene informati in Afghanistan chiamavano il sindaco di Kabul perché, a dispetto di quanto tutti volevano far credere, la guerra non è mai finita. I talebani si sono ritirati dalla capitale ma controllavano e continuano a controllare gran parte del Paese e dalle loro postazioni colpiscono fin dentro Kabul con sempre maggiore violenza, i bombardamenti continuarono e l’euforia iniziale lasciò il posto al tradizionale fatalismo afghano. L’Occidente volle imporre un modello di democrazia che il Paese faticava a comprendere. Il tradizionale patriarcato, ben sostenuto dall’interpretazione più oscurantista della fede islamica, l’imposizione della sharia, fecero muro contro i cambiamenti. L’appartenenza alle numerose diverse etnie e clan ebbe la meglio sul concetto di nazione e di bene comune, la capacità di controllo del territorio da parte del potere centrale si affievolì anno dopo anno. I Talebani non hanno fretta, sanno che prima o poi gli occidentali dovranno fare i conti con i costi della guerra e con le proprie pubbliche opinioni, “Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo” come amano ripetere. Si moltiplicano sia gli attentati – il 2019 è stato l’anno con il maggior numero di morti dall’inizio della guerra – si ramifica un sistema corruttivo soffocante, cominciano a affievolirsi gli effetti delle conquiste delle donne, gli afghani riprendono la diaspora verso il Pakistan da una parte e l’Occidente dall’altra, vedi la rotta balcanica.

A questo punto non rimaneva altra via per gli USA di accettare la cruda realtà; i Talebani non solo non sono stati sconfitti, ma hanno pienamente il controllo di gran parte del Paese. La conseguenza di questa presa di coscienza è stato l’avvio delle trattative che ha portato nel febbraio del 2020 ad un accordo firmato dall’inviato speciale del presidente Usa Donald Trump, Zalmay Khalilzad, e dal numero uno della delegazione politica dei Talebani, mullah Abdul Ghani Baradar. Siamo alla vigilia di un periodo finalmente di pace per il popolo afghano? Sembrerebbe proprio di no. È piuttosto improbabile, infatti, che Talebani e governo centrale possano convivere in un Afghanistan pacificato e non è escluso, pertanto, che dopo un probabile primo periodo di convivenza pacifica l’Afghanistan debba tornare ad affrontare una nuova guerra civile tra i radicali islamici e i rappresentanti delle fazioni che si oppongono ai Talebani senza poter contare, a questo punto, sull’ombrello protettivo di Washington. L’instaurazione di un eventuale nuovo regime estremista in Afghanistan significherebbe da una parte il fallimento della strategia degli Stati Uniti nella regione e, dall’altra, una minaccia per la stabilità dell’Asia centrale coinvolgendo tra l’altro anche Russia e Cina già particolarmente esposte alle infiltrazioni del radicalismo islamico. Salirebbe la tensione nella regione dello Xinjiang per quanto riguarda la Cina e degli Stan dell’Asia Centrale all’interno dei confini Russi. I cinesi, come al solito molto attenti e solerti, si sono portati avanti con il lavoro e, in attesa di brutte notizie provenienti da Kabul, hanno iniziato una persecuzione sistematica degli Uiguri, un’etnia turcofona di religione islamica in maggioranza nella regione autonoma dello Xinjiang; in politica come in diplomazia nulla succede per caso.

Si fa fatica a vedere una fine in tutta questa storia. L’unica lezione che si può trarre è che, ancora una volta, le guerre sono più facili da cominciare che da finire. Ma questo lo avevamo già imparato senza bisogno di questa ulteriore, inutile tragedia.

Testo: Roberto Pergameno
Foto: Marcello Scopelliti

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