Tanto tuonò che piovve

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Oggi gli Stati Uniti d’America decideranno chi sarà il loro 46° Presidente. Quattro anni fa gli americani scelsero di farsi governare e rappresentare da una sorta di cugino cafone, di quelli che li inviti a pranzo a Natale per pura formalità sperando che a metà del desinare non si metta a togliersi dai denti i resti di cibo usando i rebbi della forchetta. Quattro anni fa quella che tutti definirono la sconfitta di Hillary Clinton fu, in tutto e per tutto, la grande sconfitta di Barack Hussein Obama. Fu lui e solo lui a sedersi sulle macerie della sua fallimentare presidenza. Obama lasciò un Paese con più poveri di prima (erano 35 milioni quando entrò nella sala ovale e al termine di 8 anni di presidenza erano diventati la bellezza di 43 milioni). E comunque i poveri sono abituati ai sacrifici, chi lo è meno è la classe media. Avvezza a vivere se non nell’agio per lo meno nel confort dello stile di vita piccolo/medio borghese (il famoso american way of life) questa massa di persone si ritrovò, nel 2016, ad aver recuperato occupazione (fu netto il calo del numero dei disoccupati nell’era Obama) ma a scapito del salario. I salari persi durante la crisi finanziaria del 2008 erano mediamente il 20/25% più alti di quelli recuperati con la “ripresa”. Un saldo negativo insopportabile per chi deve pagarsi l’assicurazione sanitaria e mettere da parte i soldi per far studiare i figli. Il divario tra il famoso 1% dei super ricchi ed il 99% dei comuni mortali ebbe un notevole incremento ed in un Paese che non fa sconti agli indigenti non bastò la traballante riforma “Obama care” dell’assistenza sanitaria a compensare il senso di frustrazione e di incertezza che viveva la gran parte della popolazione. E a proposito dell’”Obama care”, questa riguardò solo 27 dei 41 milioni di cittadini a stelle e strisce che non avevano copertura assicurativa per le cure mediche. Inoltre incise pesantemente sul già traballante bilancio dello Stato in un Paese dove per essere accusati di socialismo basta anche solo abbassare le tasse scolastiche ai più poveri. Negli otto anni di presidenza Obama il debito passò da 8,8 miliardi ad oltre 14 miliardi di dollari. Le macerie sulle quali sedeva Obama al termine del suo secondo mandato erano anche quelle, materiali, delle infrastrutture: ponti, autostrade, aeroporti, ospedali ridotti tutti ai minimi termini. SI perché questa è l’ennesima eredità che il primo Presidente nero degli Stati Uniti d’America lasciò al suo successore: un Paese con infrastrutture da paese in via di sviluppo.

Ma il vero fallimento fu sull’aspettativa più ovvia, quella della lotta al razzismo. C’è voluto il primo Presidente nero della storia americana per ritornare ai moti e gli scontri di piazza per motivi razziali come non se ne vedevano dalla fine degli anni ’60. Proprio la figura di Obama ha vanificato anni di integrazione. I bianchi si sono sentiti frustrati dalla sensazione che un nero alla Casa Bianca li avrebbe potuti definitivamente mettere ai margini della politica e della società. Per contro l’immobilità sul terreno dei diritti ha dato ai neri la sensazione che nemmeno il “loro” presidente li avrebbe fatti uscire dalla marginalità. Nel 2013 un verdetto della corte suprema degli Stati Uniti ha eliminato una parte del Voting rights act del 1965, che stabiliva il divieto per gli stati di adottare norme che ostacolano il diritto di voto senza l’approvazione del governo federale. Da allora molti Stati hanno adottato regolamenti che di fatto complicano l’esercizio del voto da parte degli strati più svantaggiati della popolazione. All’epoca era presidente della Corte Suprema il repubblicano John Roberts il quale nella sua relazione rimandò al Congresso la decisione di riproporla basandola su dati aggiornati. L’immobilismo di Obama ha finito per minare uno dei diritti fondamentali di ogni democrazia.

La successiva presidenza Trump ha fatto solo da detonatore ad una situazione che negli anni precedenti veniva man mano deteriorandosi. Adesso il Paese è spaccato a metà, segnato da tensioni e da violenze che sembravano riservate agli archivi e alla memoria. Ad uscirne a pezzi è l’idea stessa di un’America finalmente ibrida, una delle tante promesse del Presidente del “Yes we can”, in grado di rappresentare trasversalmente i bianchi ed i neri, le élite intellettuali ed i ceti popolari, le periferie e Wall Street. Alla fine della sua presidenza Obama si trovò ad essere contestato sia dal nuovo movimentismo dei neri, con in testa il radicale Black Lives Matter sia dai conservatori che con Donald Trump  ebbero buon gioco a parlare di un’America divisa e di un presidente che vive in un “Paese immaginario”.

E’ proprio lo scarto tra aspettative-promesse e realtà-risultati che dà il senso del fallimento della Presidenza Obama e, con essa, della traballante cultura progressista d’oltre oceano, sempre più lontana dal cuore di un Paese malato e smarrito. Non c’è solo il problema del comportamento delle forze dell’ordine che, che come ha detto l’ex capo della polizia di St Louis ed oggi docente all’Università del Missouri, l’afroamericano Daniel Isom, è formata da personale “prevalentemente bianco, prevalentemente conservatore, prevalentemente poco istruito”.  In realtà la questione è decisamente più complessa. Ed è tutta interna alla crisi di un modello sociale e culturale, che, alla prova dei fatti, ha dimostrato di essere fallimentare, a partire dall’idea stessa di integrazione che, dagli Anni Sessanta del ‘900, aveva accompagnato le diverse amministrazioni. Il vero “male americano”, insito nella stessa struttura organizzativa del Paese, è fissato nel gap socio-economico esistente sia tra bianchi e neri che tra i diversi strati della popolazione, dove a pesare sono il reddito, i livelli occupazionali e l’istruzione. Il 30% degli afroamericani sotto i 35 anni senza diploma di scuola media superiore si trova in prigione. Un bambino nero su nove ha un genitore incarcerato. E’ in questo contesto che cresce l’intolleranza. Il vero problema è il liberismo senza regole non mitigato da un adeguato sistema di welfare.

Con Obama si spense il sogno della società “meticcia”, e si moltiplicarono i crimini motivati dall’odio razziale.  Un rapporto del Southern Poverty Law Center indica che nelle scuole degli Stati Uniti crescono paura e tensioni razziali: due terzi dei professori intervistati sostengono che gli studenti immigrati e i musulmani hanno paura delle elezioni di novembre, un terzo ha notato una effettiva crescita dell’intolleranza in classe e il 40% evita di parlare delle presidenziali. Non un buon segnale per le future generazioni. Adesso siamo alla prova più difficile, la scelta tra un presidente chiaramente “unfit” ed un personaggino (come direbbe il buon De Luca) senza spessore ne personalità. Staremo a vedere.

Roberto Pergameno

Foto: Marcello Scopelliti

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