Quella volta a Kayar

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L’arrivo all’aeroporto Léopold Sédar Senghor alle 23,55 dopo un lungo viaggio via Lisbona è uno shock climatico e ambientale. Lasciato l’inverno alle spalle, atterro in un clima per noi estivo. La folla, il caldo improvviso, gli odori, l’Africa. Sono in macchina con persone che non conosco, sono venuti a prendermi, andremo a Kayar, parlano solo francese, li capisco, rispondo come posso. La strada polverosa si srotola davanti alla nostra vecchia Pegeaut 308 degli anni ’80 che miracolosamente ancora fa il suo dovere. Ai lati la vita scorre come fosse giorno, gente, bancarelle, carretti. Sono in Senegal per contribuire a portare a termine un progetto iniziato anche con fondi italiani. Voglio rimanere concentrato sul mio compito, nessun cedimento ai sentimenti, alle emozioni. E’ il mio terzo viaggio in Senegal e so che se mi lascio trascinare nel vortice delle emozioni questo Paese può rapirmi. Arriviamo al villaggio, siamo ai margini della savana sudanese occidentale, l’oceano da una parte la natura selvaggia dall’altra, i villaggi che rubano terra e acqua come possono per un’agricoltura povera. Nella prima parte il progetto ha consentito la creazione di pozzi per l’irrigazione e la costruzione di un allevamento. Adesso l’idea è quella di aprire un ambulatorio medico polifunzionale ed un piccolo villaggio solidale dove ospitare turisti che vogliano vivere più a contatto con la realtà africana di quanto si faccia nei villaggi turistici tradizionali. E’ un progetto ambizioso per le scarse risorse economiche a disposizione ma ci proveremo, il mio ruolo è quello che, nelle organizzazioni umanitarie, si può definire logista. Sono ospitato in una capanna di mattoni con il tetto in paglia, un materasso in terra, una sedia, nulla di più. Ho problemi con l’acqua, qui tutti bevono quella del pozzo io ho paura, mi sono portato delle bottigliette da mezzo litro dall’Italia ma non basteranno per tutto il periodo. Ho problemi anche con il cibo, mangiamo seduti in terra intorno ad un grande contenitore con il cibo, ognuno prende la sua porzione con le mani. Ci sono due italiane nel villaggio, loro sono più integrate, mi osservano con comprensione devono aver passato anche loro la fase di adattamento. Devo visitare le strutture e i luoghi che faranno parte del progetto, devo incontrare gli amministratori locali. Mi portano in quello che loro chiamano l’ospedale di Kayar, che a me sembra solo un ambulatorio fatiscente. Visito alcuni reparti, ho un giramento di testa quando entro in quello che mi viene presentato come l’ambulatorio ginecologico; una stanza vuota, solo un letto ginecologico arrugginito senza materasso, nulla di più. Le donne locali partoriscono li. Attraversiamo il cortile, due galline fuggono davanti ai nostri passi. Parlo con i medici, ragazzi molto giovani e competenti, decidiamo come organizzare il nostro intervento. Loro ci segnaleranno le criticità e noi invieremo di volta in volta specialisti. Con noi c’è una giovane infermiera è molto bella ed ha un sorriso dolce. Nei giorni successivi incontriamo il sindaco di Kayar che si impegna a trovarci un terreno dove costruire alcuni bungalow ed una struttura polifunzionale dove collocare una mensa che servirà anche ad organizzare corsi per le donne del posto. Andiamo a vedere il terreno, è stupendo, direttamente sull’oceano, il mare davanti i baobab dietro, già mi immagino come sarà questo villaggio. Una mattina, mentre ero nel mio bungalow a sistemare dei documenti sento bussare alla porta. Quando apro mi trovo davanti tre ragazzine, due di loro avranno avuto sui 10 anni la terza era molto più piccola forse 5 o 6 non di più. Hanno saputo del mio arrivo dall’Italia e sono venute a chiedermi se potevo regalare loro dei quaderni e delle penne. Sono venute dal villaggio vicino che dista comunque alcuni chilometri. Io i quaderni e le penne ce li ho ma non posso darglieli, è una regola del nostro lavoro; non si danno aiuti ai singoli. Mi sento morire, le guardo negli occhi tutte e tre, sono splendide, mi sorridono e non smettono di farlo nemmeno quando dico loro che mi dispiace ma dovranno tornare a casa ed aspettare che questo materiale venga distribuito dal capo villaggio. Vanno via, loro deluse, io con la morte nel cuore. Il giorno dopo voglio andare a visitare il villaggio delle bambine, ci posso arrivare con una camminata di un’ora circa. Il progetto è seguito da un Baye Fall, una guida spirituale, il termine è in wolof (Baye: padre; Fall: cognome del fondatore, Cheikh Ibrahima Fall) e significa “Padre Fall’’ a cui si aggiunge il nome proprio. Quando sa del mio proposito mi dice che da solo non posso andare, io insisto e allora lui mi mette al collo una sorta di rosario “con questa puoi andare sapranno che sei con me”. Mi intrufolo nelle viuzze polverose del villaggio, entro nelle case, visito la madrasa, parlo con la gente. La fila delle donne all’unica fontana, i bambini che giocano a pallone, lise magliette delle squadre europee, uno ha quella dell’Inter, mi butto in mezzo, gioco anche io, urlano tutti, tutti contro uno. L’ultimo giorno devo parlare con le maestranze del posto. Io da bravo occidentale alle 9 del mattino sono già fuori con la mia cartellina in mano ad aspettare che arrivino i primi operai interessati a lavorare con noi. Attenderò ore, seduto sotto un baobab, loro arrivano alla spicciolata ma prima vanno dal Baye Fall con il quale si intrattengo a lungo, poi accettano un thè dalle donne poi, con calma, vengono da me. Siamo seduti in cerchio, qualcuno scatta una foto, è uno dei ricordi belli che porterò a casa da questa missione.

Un carcinoma fermerà me, problemi economici fermeranno il progetto. Non tutte le buone intenzioni possono diventare realtà, non tutti i sogni possono realizzarsi. Purtroppo nella cooperazione internazionale queste condizioni si verificano troppo spesso. Al di la delle migliori intenzioni le difficoltà economiche, operative, ambientale, politiche ecc. sono tali da rendere difficile oltre ogni aspettativa lavorare in questi Paesi e il Senegal non è tra quelli più impegnativi. L’importante è provarci, l’importante è fare la propria parte, il proprio pezzettino come diceva Teresa Sarti Strada la prima, indimenticabile ed indimenticata, Presidente di Emergency.

Roberto Pergameno

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