Non vogliamo tornare alla normalità

  • Categoria dell'articolo:L'astrolabio

Non vogliamo tornare alla normalità perché la normalità era il problema. A marzo, quando il lockdown ci costringeva a casa era questo che scrivevamo sui social. Era un auspicio e forse anche una presa di impegno; dobbiamo cambiare perché la normalità è la causa di quanto sta succedendo. Cosa è successo dopo è sotto gli occhi di tutti, un ritorno alla peggiore normalità, con più insofferenza per le regole di prima e più egoismo, una sorta di “Ce ripigliamm’ tutt’ chell che è ‘o nuost” come tanti Savastano di “Gomorra”. In nessun settore si è anche lontanamente pensato di invertire i fattori di analisi per dare una prospettiva di svolta allo status quo, tutto è rimasto come prima se non peggio. La scuola ne è un esempio, doveva essere l’occasione per ripensare la didattica inserendo nuove forme di conoscenza e condivisione, integrando didattica frontale e nuove tecnologie. Si è risolto tutto in una triste dicotomia tra didattica in presenza o da remoto. Si parlò molto della rinascita dell’economia di prossimità dove i piccoli commercianti di quartiere e produttori a km 0 si sarebbero ripresi le quote di mercato perse per opera della grande distribuzione. Ci troviamo con i grandi gruppi della distribuzione (sia su web che sul territorio) che aumentano quote di mercato e utili. La riconversione verde, un green new deal che avrebbe aperto alle nuove generazioni prospettive di vita altrimenti messe in pericolo dalla degenerazione delle condizioni dell’ambiente. L’inquinamento aumentava le capacità di espansione del virus e noi, chiusi nelle nostre case, facevamo propositi rivoluzionari in campo ambientale. Nulla di tutto ciò sembra profilarsi all’orizzonte. Tempi e rapporti di lavoro ci sono sembrati improvvisamente obsoleti, lavorare meno lavorare tutti, lo smart working, l’inganno del riprendersi il proprio tempo si è tramutato nell’essere costantemente connessi e disponibili. 

Il messaggio che arrivava da questa pandemia sembrava essere che ci saremmo salvati soltanto tutti insieme, come comunità. Questo avrebbe dovuto interessare anche la gestione dei flussi migratori. La narrazione della figura del migrante costruita come quella di persone costantemente in movimento, senza capacità di insediamento e integrazione, una sorta di massa brandegiante tra luoghi diversi che diviene una forma di governo delle migrazioni utile a ridurre i diritti e gli spazi di vita di queste persone così da poterle meglio gestire e sfruttare nelle zone grigie dell’economia contemporanea. L’esclusione, il mancato inserimento, divengono una tattica per mantenere intatto il rapporto di forza sbilanciato a favole dei detentori del potere economico.

Nel resto d’Europa più che in Italia nelle ultime settimane si sono avute numerose manifestazioni indette sulla spinta delle immagini che venivano dal campo profughi di Moria sull’isola di Lesbo. Nei weekend successivi agli incendi che hanno devastato il campo, le piazze di diverse città europee si sono riempite di manifestanti. Tra i tanti slogan urlati dalla folla uno in particolare ci interroga sul cambiamento paradigmatico che deve fare la nostra società: “Wir Haben Platz” (Abbiamo posto). Nelle manifestazioni di Berlino era questo lo slogan, la parola d’ordine. Un concetto che ci impegna ad assumerci le nostre responsabilità e che chiama in causa non soltanto i governi e i loro impegni, peraltro costantemente evasi, di accoglienza, ma ripropone con forza anche l’importanza e la necessità del mutuo sostegno tra le popolazioni metropolitane e non europee e i migranti intrappolati a Lesbo: abbiamo posto. Possiamo e dobbiamo invertire i fattori culturali che hanno tracciato un solco che sembra invalicabile tra due mondi che non riescono a comunicare tra loro. Come articolare questo ragionamento dipende dalle singole realtà locali. Il nord Europa, così come alcune realtà urbane italiane, è devastato da una forma di spoliazione del territorio ed una forzata turistificazione del tessuto urbano delle grandi città. L’esigenza di riprendere possesso del proprio tessuto urbano, di costruire una narrazione delle relazioni umane che riporti i bisogni al centro della vita comunitaria investe per la prima volta sia “noi” che “loro”. Non c’è più l’obiettivo di integrare asetticamente una cultura incistandola nell’altra, c’è la necessità di costruire un percorso comune: “Wir Haben Platz”.

In Italia due terzi dei paesi sopra i 600 mt di altitudine sono spopolati. Secondo l’OSCE da qui al 2050 avremo bisogno di un innesto di 500.000 persone nel territorio delle 5 regioni meridionali per bilanciare il calo demografico. E’ qui che bisogna costruire il nostro percorso di “Wir Haben Platz”. Non a caso il primo obiettivo del leader del Papete fu quello di smantellare l’esperienza di Riace perchè li si era materializzato lo slogan, li si vedeva plasticamente dove e come vi fosse posto. Da qui si deve ripartire, costruendo un percorso, un movimento capace di costruire connessioni tra il dentro e il fuori di un tessuto sociale che superi la distinzione capziosa tra “noi” e “loro”. Lavoro non facile ma nulla è mai stato facile si tratta di capire se da questo momento difficile vogliamo uscire con delle soluzioni o vogliamo continuare a far parte del problema.

Roberto Pergameno

Foto: Marcello Scopelliti

Rispondi