Immobilità delle vite tossiche

Qualche giorno fa, nel S.E.R.D. dell’Ospedale Santa Maria Goretti di Latina, un paziente ha minacciato a mano armata un infermiere per rubare del metadone, in aggiunta alla dose terapeutica già assegnata. Le cronache raccontano che l’uomo – un tossicomane di 57 anni – è stato fermato poco dopo da una pattuglia di polizia in una via adiacente all’ospedale, e tradotto in carcere.
La notte seguente, invece, sempre a Latina una quindicina di auto sono state devastate nel parcheggio di un noto centro commerciale. Riconosciuto dalle telecamere, anche questa volta il colpevole è stato prontamente arrestato. E, ancora una volta, si tratta di un tossicomane, di 54 anni, con un curriculum di reati alle spalle che probabilmente richiede uno scaffale tutto per sé negli archivi della polizia locale.
Due casi, a distanza di pochi giorni, che hanno come protagonisti due attempati tossicomani: crimini minori, come quelli a cui ci hanno abituato i tossici, che pur tuttavia pesano considerevolmente sulla comunità sociale e sul lavoro delle stesse forze di polizia.

È stato forse l’algoritmo che sovraintende ai funzionamenti del mio computer a farmi comparire – subito dopo aver letto l’articolo sulle macchine devastate dal tossico 54enne – un video di Johnny Cash, tossicomane anche lui, che il 6 gennaio 1971 in diretta televisiva affermava che relegare la questione droga al rango di problema da ragazzi non solo era un’affermazione poco realistica – essendoci una larga proporzione di consumatori adulti a sostenere il mercato degli stupefacenti e le sue sterminate ambizioni – ma soprattutto non contribuiva neanche a una definizione reale del problema.

Le dipendenze – come suggeriva Johnny Cash nella canzone che andava ad eseguire subito dopo, The Junkie’s prayer, e cioè La Preghiera del Tossico – non colpiscono solo giovani menti immature e inconsapevoli, ma sono un problema reale per persone di ogni età, sesso ed estrazione socio-culturale. E non riconoscerlo è il primo passo per sminuire il problema, confinarlo in un recinto reale che non comprende la maturità, e quindi si presume la consapevolezza, di una persona adulta.

Leggendo le news dei due attempati tossicomani mi si sono materializzate davanti agli occhi due vite spese in gesti sempre uguali: alla costante ricerca di soldi e occasioni, cercando di schivare crisi di astinenza e periodi di detenzione più o meno prolungati. La vita di queste persone è così da sempre e in queste esistenze immobili si evidenzia uno dei volti più tragici del fallimento di ogni politica proibizionista in materia di stupefacenti attuata in questo paese, almeno dalla data di quell’apparizione televisiva di Johnny Cash, risalente ormai a cinquanta anni fa. E, come ci ricorda l’Osservatorio Europeo sulle Droghe nella sua relazione 2020, tra il 2012 e il 2018 il numero di decessi per overdose tra gli ultra 50enni è aumentato del 75%. Tutta gente nata ancora prima di quella lontana esibizione di Johnny Cash, nel 1971.

Quanto ci vorrà, ancora, per riconoscere il fallimento delle politiche proibizionistiche? Quante vite bruciate nell’immobilità di una vita tossica e quante falciate da morti precoci servono ancora per dimostrare che un problema sanitario non si può risolvere con un approccio poliziesco? A cosa serve ricorrere alla categorie degli spacciatori come unici capri espiatori (poco importa se sono tossici anche loro: entrambe le due persone sopraccitate hanno al loro attivo diverse condanne per spaccio) se non a rallentare la messa in discussione di un sistema intero, di cui spesso anche gli spacciatori sono vittime? Un sistema che al momento mira a punire prima che a curare, aggiungendo al problema ulteriori aspetti antisociali – un tossico curato nel suo bisogno di droga non spende le notti a scassinare le auto parcheggiate al centro commerciale.

Un cane con la rabbia non può far altro che mordere, ricordava William Burroughs, un altro autore che intorno alle proprie dipendenze ha costruito una vita intera, personale e artistica. E quindi, mi preme aggiungere per chi non apprezza le metafore, è del cane che dovremmo preoccuparci, non della rabbia.

Carlo Miccio
Foto: Banyan Treatment Center

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