Etnografia dell’incomprensione quotidiana

Etnografia dell’incomprensione quotidiana

M. Parliamo di tutti i piccoli “incidenti” tra culture che viviamo ogni giorno

L. Mi pare un argomento molto interessante e utile

M. Mi pare che tutti i comportamenti “non europei” siano considerati come comportamenti “sbagliati” dagli europei.

L. Prosegui ….

M. Ad esempio, da dove vengo io, quando parliamo con una persona adulta e/o anziana non si può guardare fissa negli occhi: fissare un adulto negli occhi … ecco, questa sarebbe considerata una mancanza di rispetto. Anche alzare la voce è considerato una mancanza di rispetto e … anche … sedersi al tavolo mentre qualcuno mangia e non mangiare è altrettanto una mancanza di rispetto.

L. da dove vieni tu … cosa intendi?

M. cosa intendo … sto parlando della realtà del Mali … perché la maggior parte delle persone pensano che l’Africa sia un unico Paese: dobbiamo fare chiarezza sull’imprecisione collettiva che unifica un territorio sconfinato.

L. Bene, dunque parli di alcune regole di condotta che tu porti con te dal Mali come bagaglio culturale, e che possono essere causa di micro-incomprensioni quotidiane … la trovo una dinamica abbastanza naturale. Ma … dimmi di più sulla percezione dell’errore in tutto ciò che non è affine al modello europeo; pensi davvero che gli europei (anche tu stai generalizzando…) siano così?

M. Perché secondo me gli europei hanno idea che tutto ciò che viene da fuori è sbagliato; in particolare tutto quello che viene dall’Africa … ed è necessario modificare-correggere-migliorare; è la persona che deve integrarsi per essere benvista. Una sorta di continua civilizzazione: dalle colonie al nuovo colonialismo culturale. È la stessa cosa che spesso in Mali accade: tutto quello che viene dall’Europa è bello e buono, figo, vero, giusto, perfetto.

L. Mi viene in mente una moltitudine di riflessioni.

Inizio con il dire che l’adesione a un modello socio-educativo è una condizione di per sé problematica; problematicità amplificata se a dover aderire è una giovane persona migrante, proveniente letteralmente da un mondo-altro … l’ipotesi è che esista una sorta di “colonizzazione pedagogica” e di violenza insita nei processi di ‘normalizzazione’.

Nella mia esperienza sul campo con i Msna, ad esempio, ho potuto comprendere tali dinamiche ed elaborare un lavoro di ricerca dove è emerso che: il minore viene in Italia per lavorare, l’educatore lavora per inserire il minore nella scuola (in primis ricordando al Msna che in Italia il lavoro minorile è reato ed esiste l’obbligo scolastico fino a 16 anni) e nel tessuto sociale del territorio; il minore vuole agire autonomie che ha immaginato-sognato, l’educatore regolamenta, nega, monitora, cronometra, organizza.

Il ragazzo si sente sequestrato, assediato e controllato e impara, dopo poco tempo, a ‘difendersi’ (allo stesso tempo a convivere e a sopravvivere) da questo stato: inizia a diventare accondiscendente, a immaginare cosa può piacere all’educatore, come può portarlo a concedergli vantaggi, tenta di manipolarlo.

Essenzialmente, una strana assimilazione; il migrante agisce “interpretando il buon migrante”: accettazione dell’obbligo di alfabetizzazione immediata e del ruolo subordinato, condiscendenza verso gli insegnanti, ossequio nei confronti del ruolo istituzionale.

Questi tratti distintivi costituiscono una strategia fondamentale, per i ragazzi, per ottenere un primo livello di quella che loro sentono come ‘integrazione’: per attuare questa strategia mettono in atto pratiche discorsive e interpretano, di fatto, il buon migrante. Molti dei discorsi dei migranti intervistati si inscrivono in quella che Butler (1997) definisce performative politics, definendo e ridefinendo di fatto il pensiero egemonico: i discorsi, gli immaginari e le descrizioni devono essere – e sono- aderenti ai significanti che i professionisti italiani accettano e che i migranti stessi propongono (in maniera a volte inconsapevole), in modo da sentirsi sicuri della coerenza e dell’adesione alle parole egemoniche. Emergono nelle interviste gli effetti spesso intollerabili che l’educazione e l’integrazione sociale attuate producono; in proposito sono utili le riflessioni di Butler (1997) che, riprendendo il costrutto di pratiche discorsive di Foucault (1988), ragiona sulla costruzione del soggetto come subordinato e conforme all’idea che ne ha l’adulto, europeo. 

Questo aspetto di interpretazione performativa e di co-costruzione egemonica ritorna in una relazione che spesso non è una relazione “vera” (etica, rispettosa, consapevole), ma piuttosto, un rapporto contrassegnato dallo scontro, in cui vi è dominazione e sottomissione, vittoria e sconfitta: il rapporto è un rapporto di potere, e non di conoscenza, al massimo può esservi riconoscenza (Bourdieu, 2009) (cfr. Bianchi, 2019)[1].

M. Sì, è così. 

Questo pensiero collettivo è dominante: le persone si sono abituate alla dominazione e abbandonano se stesse per appropriarsi della cultura europea.

Però una soluzione ci sarebbe … anzi c’è: è immaginare un ponte. Dobbiamo diventare ponti che uniscono e fanno comunicare, fino a mischiare le culture.

L. Sì, come fece Alex Langer …

M. Sì …

Mahamadou Ba e Lavinia B.

foto di Marcello Scopelliti


[1] http://romatrepress.uniroma3.it/libro/imparando-a-stare-nel-disordine-una-teoria-fondata-per-laccoglienza-socio-educativa-dei-minori-stranieri-in-italia/

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