DUE CALCI E DUE MISURE

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Pallone, razzismo & organizzazione del lavoro

La trentatreesima edizione della Coppa d’Africa di calcio – che inizia oggi a Yaoundé, capitale del Camerun – si presta come un’occasione per verificare lo stato di salute dei rapporti tra il continente africano e il resto del mondo, in particolare la sua parte più ricca che è l’Europa, dove è impiegata una gran parte degli atleti partecipanti al torneo.

Il calcio, soprattutto in virtù del suo enorme potere mediatico, è uno dei tanti indicatori del reale rapporto di poteri tra i due continenti: l’uno fornitore di manodopera e l’altro proprietario delle necessarie infrastrutture economiche per trasformare il più bel gioco del mondo in quel lucrativo affare planetario che è diventato.

Così come accade in ogni dinamica post-coloniale, dove le classi dirigenti dei nuovi stati indipendenti nascono nelle università e aziende europee, anche il calcio africano può contare su un’intellighenzia la cui autorità si è formata negli stadi del vecchio continente. Ad iniziare proprio dal presidente della Federazione Camerunense che organizza questa controversa edizione della Coppa d’Africa, Samuel Eto’o, considerato uno dei più forti giocatori africani di sempre in virtù di una carriera spesa su una miriade di campi europei (dal Real Madrid al Barcellona, dal Chelsea all’Everton, dall’Inter alla Sampdoria, con puntate in Russia e Turchia).
Da sempre testimonial della lotta al razzismo, Eto’o ha nei giorni scorsi pubblicamente ringraziato Ian Wright, altro indimenticabile campione del passato di nazionalità inglese e origini afrocaraibiche, che ha definito “irrispettoso e tinto di razzismo” l’atteggiamento mediatico riservato ai calciatori convocati per rappresentare il proprio paese nella Coppa d’Africa.

Il punto è che ad ogni giocatore viene chiesto prima o poi se è felice di giocare con la propria nazionale. Domanda che – come ha fatto notare per primo Sebastian Haller, stella ivoriana dell’Ajax – a un europeo non sarebbe mai stata posta e rivela una sostanziale mancanza di rispetto per l’Africa.

L’attrito nasce dal fatto che la Coppa d’Africa si giocherà in Camerun quando le squadre in cui militano tante di quelle stelle sono impegnate nei rispettivi campionati nazionali, causando un danno sostanziale a quelli che sono i loro datori di lavoro. Danno economico, e non solo sportivo, dal momento che nei campionati nazionali si decidono piazzamenti che possono influenzare pesantemente i bilanci futuri di quelle stesse squadre.

Questo problema, e quindi la domanda dei giornalisti, in realtà non viene mai posta ai giocatori europei, dal momento che l’intera giostra del calcio internazionale si basa da sempre su criteri eurocentrici, e queste sovrapposizioni non avvengono mai. Tutto il calendario, e perfino l’orario stesso delle partite – una volta dettato soprattutto dalle condizioni climatiche – viene da sempre stabilito sulle esigenze dello spettatore/consumatore europeo.

Da notare che quando lo stesso problema si pose con le nazionali sudamericane – altro sterminato deposito di forza lavoro per le squadre europee – la soluzione fu allineare le loro competizioni ai calendari europei, tanto che ormai i Campionati per nazioni Europei e quelli Sudamericani si tengono in contemporanea, come è avvenuto la scorsa estate. In quel caso, la discussione è rimasta priva di accuse e connotazioni razziste: semplicemente, si riconosceva la necessità di piegarsi alle necessità di un mercato globale che risponde essenzialmente a interessi economici dettati dal vecchio continente.

Niente più del calcio rappresenta un movimento planetario finalizzato alla soddisfazione di un guadagno essenzialmente europeo: basti pensare che oltre il 90% del merchandising dei grandi club europei viene venduto fuori dall’Europa, ed essenzialmente nel mercato asiatico.

I giocatori africani sono quindi un capitale a cui il calcio europeo – non solo i club, ma l’intero baraccone composto da media/tifosi/indotti-di-varia-natura – non rinuncia volentieri: esemplare il caso della disputa tra Senegal e Watford, club che si rifiuta di concedere il lasciapassare per andare a giocare la coppa al proprio tesserato Ismail Sarr, sulla base di motivazioni mediche che la nazionale africana trova pretestuose – trattasi di infortunio risalente a novembre e già ampiamente recuperato.

E, in tempo di pandemia, la motivazione sanitaria non poteva non rivelarsi un altro utile pretesto per impuntare i piedi sulla partecipazione dei giocatori africani al torneo. L’emergenza Covid, in un paese che non è certo all’avanguardia nella somministrazione di vaccini e profilassi contro il coronavirus, metterebbe ancora più a rischio la situazione dei club europei, dal momento che anche solo le quarantene hanno un costo.

Argomentazione che a dire il vero non ha impedito, non più di sei mesi fa e nelle stesse condizioni pandemiche, di organizzare un campionato europeo, tra l’altro itinerante – cioè, senza un’unica sede come accadrà in Africa – e quindi con ingenti spostamenti di giocatori e tifosi in tempi brevissimi da un angolo all’altro del continente, in condizioni che rendevano praticamente impossibile ogni ipotesi di tracciabilità dei positivi.

Ecco, se ce ne fosse stato bisogno, ancora una volta la cronaca calcistica rivela quanto evidente sia la legge dei due pesi e due misure nella bilancia tra sud e nord del mondo. O forse, ancora meglio, la legge dei due calci e due misure.

Carlo Miccio

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